Internet rights & principles : Diritti di accesso

Da Wiki Corso Web.

Indice

STATO=Libero

I diritti di accesso. Amedeo Martone

10 Diritti e Principi di Internet

Iniziativa della Coalizione Internet Rights & Principles

Questo documento definisce dieci diritti e principi fondamentali che devono costituire la base della governance di Internet. I principi sono proposti da una rete aperta di persone e di organizzazioni che lavorano per la difesa dei diritti umani nell’ambiente Internet: la Dynamic Coalition su I Diritti e Principi di Internet. I principi sono radicati nelle norme internazionali sui diritti umani e derivano dalla Carta dei Diritti umani e dei Principi per Internet elaborata dalla coalizione. Internet offre opportunità senza precedenti per la realizzazione dei diritti umani, e svolge un ruolo sempre più importante nelle nostre vite quotidiane. E’ quindi essenziale che tutti gli attori, pubblici e privati, rispettino e proteggano i diritti umani su Internet. Devono anche essere prese decisioni per garantire che Internet funzioni e si evolva in modi che soddisfino il più possibile i diritti umani. Per contribuire a realizzare questa visione di un ambiente Internet basato sui diritti, i 10 Diritti e Principi sono:

1) Universalità e Uguaglianza

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti, che devono essere rispettati e protetti nella rete Internet.

2) Diritti e Giustizia Sociale

Internet è uno spazio per la promozione, la protezione, il rispetto dei diritti umani e la promozione della giustizia sociale. Ognuno ha il dovere a rispettare i diritti umani di tutti gli altri nella rete Internet.

3) Accessibilità

Tutti hanno pari diritto di accesso e di utilizzo di un Internet sicuro e aperto.

4) Espressione e di Associazione

Ogni individuo ha il diritto di cercare, ricevere e comunicare informazioni liberamente su Internet senza censure o altre interferenze. Ognuno ha anche il diritto di libera associazione attraverso Internet, per motivi e fini sociali, politici, culturali o altri.

5) Privacy e protezione dei dati

Ogni individuo ha diritto alla privacy online. Questo include la libertà dalla sorveglianza, il diritto di utilizzare la crittografia, e il diritto di anonimato in Internet. Ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati, incluso il controllo sulla raccolta di dati personali, la loro conservazione e trasformazione, la cessione e la divulgazione.

6) Vita, libertà e sicurezza

Il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza devono essere rispettati, protetti e realizzati su Internet. Questi diritti non devono essere violati o utilizzati per violare altri diritti nella rete digitale.

7) Diversità

La diversità culturale e linguistica su Internet deve essere promossa, l’innovazione tecnica e politica dovrebbero essere incoraggiate a facilitare la pluralità di espressione.

8) Ugualianza

Ciascuno deve avere un accesso universale e aperto ai contenuti di Internet, liberi da priorità discriminatorie, filtraggi o controlli del traffico per ragioni commerciali, politiche o altre ragioni.

9) Norme e regolamento

L'architettura di Internet, i sistemi di comunicazione e i formati dei documenti e dei dati si basano su standard aperti per garantire la completa interoperabilità, l'inclusione e le pari opportunità per tutti.

10) Governance

I diritti umani e la giustizia sociale devono costituire il quadro giuridico e normativo fondamentale su cui Internet funziona ed è governato. Questo deve avvenire in modo trasparente e multilaterale, basato su principi di apertura, di partecipazione inclusiva e di responsabilità.

Fonte: http://www.isoc.it/internet-governance/dichiarazioni-di-principi/753-10-diritti-e-principi-di-internet.html


Censura politica [Valentina Tosca]

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I "nemici di Internet" [Valentina Tosca]

In occasione della Giornata mondiale contro la cyber-censura, celebrata il 12 marzo 2011, Reporters sans Frontières richiama l’attenzione sul fatto che un numero sempre crescente di governi tenta di manipolare le informazioni e sopprimere i contenuti critici.

Nel mondo, un internauta su tre non ha libero accesso alle comunicazioni online; almeno sessanta Paesi censurano Internet, e più di cento persone sono attualmente in carcere per aver condiviso in Rete testi e opere in cui esprimevano il proprio malcontento rispetto alla situazione politica.

La lista dei “nemici di Internet”, aggiornata ogni anno da RSF, comprende in quest’occasione dieci Paesi: Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Iran, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam, accusati di “combinare con frequenza il filtraggio, i problemi di accesso, la persecuzione dei cyber-dissidenti e la propaganda online”.

Escono dalla lista nera, per la prima volta, Tunisia ed Egitto, inseriti però nel folto numero di paesi ancora “sotto osservazione”. Questo perché, seppure la caduta di Ben Ali e Mubarak viene interpretata come un segnale di speranza, “si impone la vigilanza fino a quando gli apparati di censura non verranno smantellati. Le autorità devono dimostrare trasparenza sotto questo aspetto”.

A questa lista si è aggiunta, a maggio, la Turchia: il BTK, l’autorità turca in materia di tecnologie informatiche e comunicazione, ha preparato una nuova legislazione, che entrerà in vigore il 22 agosto di quest’anno, per la quale sarà obbligatoria l’installazione dei filtri web su tutti i computer: filtri per la famiglia, i bambini, per uso domestico e standard; ogni utente avrà un username dopo aver scelto una delle 4 opzioni, ma non potrà sapere dall’inizio quali siti sono oscurati dal pacchetto scelto.

Sia l’Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OCSE) che l’Unione Europea hanno condannato il suddetto provvedimento come un attacco alla libertà di espressione e hanno chiesto alla Turchia di non renderlo effettivo.

Secondo quanto dichiarato dal governo turco, il sistema dei filtri offrirebbe agli utenti l’opzione di scegliere tra diversi livelli di accesso a Internet, e l’obiettivo primario sarebbe quello di proteggere i minori da contenuti indecenti. In realtà, i criteri in base a cui i siti verranno oscurati sono scelti direttamente dal BTK. Ed è questo che i manifestanti e le associazioni criticano aspramente, affermando che il sistema di filtri non consentirà alla gente di ottenere un’informazione libera e obiettiva e che la nuova regolamentazione limiterà il diritto degli individui di accedere ad una informazione completa (saranno di fatto oscurati siti come Youtube, Blogspot, Wordpress). Chi non si atterrà alle regole, sarà punibile con multe salatissime.

La Turchia era già stata oggetto di contestazioni nel 2007, quando pose la prima censura a YouTube in seguito alla pubblicazione di video che insultavano Kemal Atatürk; il blocco totale del sito durò due anni e fu rimosso solo nel 2010 grazie ad un accordo tra il Ministro dei Trasporti (in Turchia responsabile della questione Internet) Binali Yildirim e Google (proprietaria di YouTube), la quale accettò di rimuovere tutti i video incriminati.


L’obbligo di installare dei filtri è solo uno dei vari tipi di censura che un governo può adottare: la Cina, per esempio, filtra all’origine i contenuti piuttosto che agire sui computer dei cittadini.
Una classe dirigente non elettiva, in un Paese che consta di quasi un miliardo e mezzo di abitanti, non potrebbe durare se non applicasse una censura rigorosa e strutturata; l’insieme dei provvedimenti volti a celare agli utenti contenuti potenzialmente pericolosi si è per questo guadagnato il nome di Great Chinese Firewall.

La Grande Muraglia Digitale [Valentina Tosca]

I meccanismi di controllo attualmente in atto in Cina si possono suddividere in queste tipologie:



Quello che fa della Cina – per il momento – un caso unico, è il fatto che Internet non sia considerato solo come una minaccia, ma anche come un utile mezzo di propaganda.

Dopo molti anni di sperimentazione della censura, il governo cinese è divenuto consapevole dell’importanza di riuscire a condizionare l’opinione pubblica: da qui l’istituzione del ruolo del “commentatore Internet”.
Risale al 2006 il documento dell’Ufficio della Propaganda della provincia dell’Anhui in cui veniva messa nero su bianco l’assunzione di “commentatori” con il ruolo di arginare proteste, pagati circa 600 RMB al mese e con un incentivo di 50 centesimi di RMB per ogni commento postato. Era l’inizio dell’Esercito dei 50 cents, come viene definito in Cina: persone pagate per indirizzare i dibattiti online; inizialmente erano interessati i soli siti cinesi, ma ad oggi lo sono anche quelli stranieri.

Iran: dal 10 Febbraio ha bloccato tutti gli accessi ai servizi criptati di Google [Melissa Colombo]

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Il 10 Febbraio 2012 le voci di corridoio sono state confermate da Google: il governo Iraniano ha bloccato l’accesso a tutti i siti e servizi criptati (https) di Google, inclusi Gmail, Youtube e Google video.

Purtroppo sembra che il regime di censura Iraniano si stia intensificando e vada oltre quello che google può offrire con oltre 30 milioni di utenti che non possono più accedere ai servizi di Google. La cosa curiosa è che il l’infrastruttura Iraniana per le comunicazioni (Information Technology Organization and Telecommunication Infrastructure ) si dichiara estranea al fatto e il suo portavoce, Saeed Mahdioun, dice che queste azioni sono fuori dalla loro giurisdizione.

Gli attriti con Google [Valentina Tosca]

Questo atteggiamento invasivo della Cina sarebbe all’origine del rifiuto da parte del motore di ricerca Google di continuare l’attività di filtraggio delle pagine web. All’inizio del 2010, a causa di ripetuti attacchi da parte di hacker ai propri server cinesi, pieni di dati personali sugli attivisti di opposizione al regime, Google decide di liberare i contenuti che fino ad allora aveva sempre censurato: le immagini di piazza Tien An Men del 1989, il volto del Dalai Lama, le immagini del Tibet e delle repressioni degli attivisti, i documenti sulle esecuzioni capitali raccolti da Amnesty International.

Dopo una serie di attriti con il governo cinese, il quale ha rifiutato categoricamente la proposta di Mountain View di allargare le maglie della censura, si è giunti ad un armistizio: Google (che nel frattempo aveva dirottato le ricerche in cinese semplice sui server di Hong Kong, dove valgono regole diverse sulla censura grazie agli accordi stipulati al momento del passaggio dalla Gran Bretagna alla Cina) può offrire agli utenti la possibilità di collegarsi al server di Hong Kong per alcune ricerche, ma nessun filtro è caduto.

Se il braccio di ferro fosse continuato Google avrebbe rischiato di perdere la licenza e quindi l'accesso al mercato più promettente del mondo. Oggi in Cina ci sono già 400 milioni di utenti Internet ma il tasso di penetrazione è ancora molto basso (appena il 25% rispetto al 70-80% del Giappone o della Corea del Sud) e quindi il numero è destinato a esplodere. Nonostante questa manovra, comunque, la popolarità di Google in Cina sta calando a favore dei motori di ricerca nazionali.
Amnesty International ha lodato il comportamento tenuto dalla Mountain View in questo frangente, e chiede il rispetto dei diritti umani agli ISP che forniscono accessi a Internet, ma anche ai gestori mobili e alle piattaforme di social network e di comunicazioni digitali.

«Quando regimi repressivi chiedono di “staccare la spina” a Internet, chi può dovrebbe opporsi con i mezzi legali che ha a disposizione.»

Bibliografia e Sitografia

[Valentina Tosca]

Alessandro Oppes,Internet: libertà e oppressione, Il Fatto Quotidiano, 12 marzo 2011

Barbara Antonelli, Turchia, giù le mani da Internet, NENA (Near East News Agency) News, 25 maggio 2011

Jan Reister,I meccanismi della censura in Cina, Nazione Indiana – Associazione Culturale Mauta, 29 maggio 2010

Raffaele Mastrolonardo, L’assalto al cielo del web straniero, Il Manifesto, 18 aprile 2010

Tiziano Toniutti, Google China "aperto": escono le foto proibite, La Repubblica, 13 gennaio 2010

Tiziano Toniutti, Censura, Google: addio Cina. Traffico dirottato su Hong Kong, La Repubblica, 22 marzo 2010

Arturo Zampaglione, Pace fra Google e Cina. Firmato l'armistizio, La Repubblica, 10 luglio 2010

Tiziano Tonutti,La Cina attacca Gmail. "E' un blocco governativo", La Repubblica, 21 marzo 2011

AA.VV., Amnesty International: Social network e Web aiutano le rivolte democratiche, Espresso.IT, 13 maggio 2011

Diritto di accesso ad Internet e giustizia costituzionale

Tema e premessa di metodo [Silvia Antognazza]

Quella della qualificazione della situazione giuridica soggettiva che deve essere attribuita all’accesso ad internet è tematica sulla quale il diritto comparato può offrire diversi spunti di riflessione. Tanto ciò è vero che un’analisi che volesse essere a tutto tondo imporrebbe, con ogni probabilità, un lavoro di tipo monografico, nel quale affrontare le definizioni deducibili dai vari formanti delle singole esperienze, senza poter trascurare quelle emergenti – magari in forma crittotipica – dalla prassi. Ai limitati fini che sono propri di queste pagine, si impone, dunque, una delimitazione del tema da trattare, che consenta, per un verso, di ridurre ad una mole relativamente ristretta i dati da prendere in considerazione, ma, per l’altro, di tratteggiare un panorama che, sia pure in via di sineddoche, possa dirsi sufficientemente indicativo dello stato dell’arte. Ciò posto, si è ritenuto opportuno concentrarsi sul formante giurisprudenziale, circoscrivendo ulteriormente il raggio dell’indagine – con qualche minima eccezione, là dove fosse inevitabile – alle giurisdizioni costituzionali o supreme. Non sono quindi state prese in considerazione né le qualificazioni dell’accesso ad internet contenute nelle o comunque deducibili dalle costituzioni né quelle fornite da fonti legislative e/o regolamentari. Parimenti escluse dall’analisi sono state le fonti, essenzialmente di Soft Law, riconducibili ad ordinamenti sovranazionali, alle quali si è operato, al più, un riferimento indiretto. Ora, una simile actio finium regundorum sembra produrre l’effetto di impoverire la base dell’analisi fino a circoscriverla a due sole decisioni di organi di giustizia costituzionale che hanno avuto esplicitamente ad oggetto la collocazione sub specie juris del diritto di accesso ad internet: la décision n. 2009-580 DC, 10 giugno 2009, resa dal Conseil constitutionnel francese, e, più di recente, la sentencia 30 luglio 2010, n. 12790, della Sala Constitucional de la Corte Suprema de Justicia costaricense, che – oltretutto – alla prima si richiama esplicitamente (ed in maniera tutt’altro che incidentale), non senza aggiungervi, però, alcune interessanti specificazioni. In effetti, sono esclusivamente queste le decisioni che rilevano a stretto rigore, giacché soltanto in queste – almeno, a quanto risulta – i giudici costituzionali hanno provveduto ad abbozzare una categorizzazione giuridica da riferire all’accesso ad internet. Il punto è, tuttavia, che pare assai arduo poter escludere un nesso tra queste statuizioni ed altre, provenienti da diversi ordinamenti, che, sebbene relative ad oggetti solo parzialmente sovrapponibili, hanno toccato gli stessi ambiti, per tacere dell’influenza che l’insieme delle affermazioni rintracciabili in questa composita giurisprudenza ha avuto sull’evoluzione del diritto sovranazionale, il quale, a sua volta, non può non avere avuto ricadute sulle due decisioni citate: basti pensare alla circostanza, evidentemente non casuale, che la decisione del Conseil constitutionnel segua di dodici giorni e, soprattutto, faccia eco, da un punto di vista contenutistico, alla Dichiarazione di Reykjavik su «una nuova concezione dei media» adottata in seno al Consiglio d’Europa. L’altro aspetto da tener presente è che le pronunce francese e costaricense abbozzano, come si è accennato, una categorizzazione, di talché, leggendo le due statuizioni, dubbi non possono non affacciarsi in ordine alla loro reale portata definitoria. Ma, se così è, l’interrogativo di fondo cui devesi tentare di rispondere, con ciò iniziando ad entrare in medias res, è se le due pronunce costituiscano un punto di arrivo oppure un punto di partenza nella conformazione giuridica dell’accesso ad internet. La risposta è lungi dall’essere scontata, tanto è vero che, in una prospettiva comparatistica, probabilmente le due decisioni in esame non sono né l’uno né l’altro. Non può fondatamente parlarsi di un punto di partenza proprio perché già altre (e non poche) decisioni (anche) di giudici costituzionali (o che esercitano la funzione di giustizia costituzionale) hanno affrontato o, almeno, lambito le tematiche trattate. La definizione di che cosa internet sia, anche in termini di stretto diritto, non è argomento su cui si attende(va) una presa di posizione, essendo, anzi, oggetto di una giurisprudenza ormai piuttosto articolata, specie nell’ordinamento statunitense. Non mancano, poi, statuizioni che affrontano problematiche specifiche connesse all’accesso ad internet, sotto il profilo, ad esempio, della tutela della privacy dell’internauta o anche di colui che si trova «esposto», per così dire, alla altrui navigazione. Ancor più ricca è la casistica inerente a vari temi riconducibili a ciò che l’accesso ad internet consente, non consente o non deve consentire. A queste decisioni, nel loro insieme, non può non essere riconosciuta una qualche dignità a fini ricostruttivi, non fosse altro perché è presumibile che alcune di esse abbiano avuto un peso non secondario (sebbene non esplicitato) sulla configurazione dell’accesso ad internet che le pronunce francese e costaricense hanno proposto. D’altro canto, queste due statuizioni neppure possono essere salutate come un punto di arrivo, e ciò in ragione di quanto si è accennato (e che si cercherà nel prosieguo di dimostrare) in merito alla loro non conclusività nel senso di chiarire tutti gli aspetti che attorno all’accesso ad internet possono evocarsi. A tutto concedere, si tratta di decisioni che offrono una linea ricostruttiva di ordine generale, dalla quale è possibile prendere le mosse per un inquadramento più compiuto del fenomeno trattato. Quanto sin qui detto non deve essere interpretato come una sottovalutazione. Tanto il Conseil francese quanto la Sala Constitucional costaricense compiono un passo decisivo, nella misura in cui esplicitano la definizione dell’accesso ad internet come un diritto: si tratta delle prime affermazioni rese da organi giurisdizionali di livello tanto elevato, che seguono le (invero assai limitate) affermazioni del medesimo segno inserite all’interno di disposizioni normative. Si è, quindi, in presenza di un autentico snodo giurisprudenziale, che non pare velleitario pensare che possa influenzare anche giurisdizioni di altri ordinamenti, alla luce della crescente influenza che il diritto comparato assume nell’incedere argomentativo delle corti, specie in relazione a tematiche che risultano effettivamente transnazionali: da questo punto di vista, l’«orizzonte giuridico dell’internet» è oggetto che si presta come pochi alla interconnessione delle giurisprudenze, come del resto dimostra in modo lampante proprio la sentenza costaricense. Una tale transnazionalità viene, in questa sede, assunta a fondamento dell’opzione metodologica. Alla luce dei casi (più o meno) direttamente incidenti sulla tematica dell’accesso nei vari ordinamenti (recte, in quelli per i quali più agevole si dimostra il reperimento di informazioni), si cercherà infatti di tratteggiare alcuni degli elementi più significativi dell’accesso ad internet che sono emersi in via pretoria, al fine di operare una sistematizzazione che non sia legata ad un ordinamento o ad un gruppo di ordinamenti, ma che possa essere valida – o, forse meglio, utilizzabile – in un numero indefinito di ordinamenti (in ipotesi, in tutti). Sul piano operativo, questo obiettivo verrà perseguito prendendo spunto dalla necessità di dare risposta a quattro interrogativi suggeriti dalla lettura delle precitate pronunce francese e costaricense: se di «diritto di accesso ad internet» si parla, deve chiarirsi, innanzi tutto, a che cosa si accede (par. 2) ed a che scopo (par. 3), secondariamente, deve specificarsi l’oggetto del diritto (par. 4) ed il tipo di diritto che si ritenga sussistere (par. 5).

"Accesso" a che cosa? [Silvia Antognazza]

La risposta al primo dei quesiti posti appare, prima facie, di assoluta banalità: è, infatti, dell’accesso «ad internet» che si sta discutendo. Il fatto è, però, che, di per sé, non è ben chiaro come possa definirsi internet, quanto meno adottando il punto di vista del giurista. La giurisprudenza degli ordinamenti nei quali la tematica si è maggiormente sviluppata suggeriscono, in effetti, due impostazioni che, pur non essendo alternative, non sono comunque del tutto sovrapponibili: in talune decisioni, internet viene definito sul piano eminentemente tecnico, in talaltre l’enfasi viene posta – più che sugli aspetti connessi al progresso scientifico-tecnologico – sulle ricadute che l’esistenza e la diffusione di internet hanno sulla dimensione soggettiva dell’utente. Il primo punto di vista è ben presente soprattutto nella giurisprudenza anglosassone e, in particolare, in quella statunitense. In proposito, il riferimento obbligato è alla sentenza sul caso Reno v American Civil Liberties Union, del 1997, che rappresenta il primo intervento della Corte suprema federale relativo ai contenuti presenti sulla rete internet. Nella specie, è stata dichiarata l’incostituzionalità di alcune disposizioni del Communication Decency Act of 1996, in quanto contrastanti con la freedom of speech sancita dal Primo emendamento. Al di là di quelli che erano i contenuti della legge, di matrice evidentemente censoria, a rilevare in questa sede sono state soprattutto le considerazioni svolte a proposito di internet, che è stato definito come «un mezzo di comunicazione tra gli uomini di tutto il mondo unico e completamente nuovo», al quale «gli individui possono avere accesso [...] da molte fonti diverse». E, «chiunque abbia accesso ad internet può trarre beneficio da un’ampia varietà di metodi di comunicazione e di recupero di informazioni»: «tutti questi metodi possono essere usati per trasmettere testi; molti possono trasmettere suono, foto e video»; «nel loro insieme, questi strumenti costituiscono un unico mezzo – conosciuto dai suoi fruitori come “cyberspazio” – senza una particolare collocazione geografica, ma fruibile da parte di chiunque, dovunque nel mondo». In queste notazioni, che registravano una evoluzione che aveva allora da poco raggiunto i primi significativi traguardi, si coglie già un elemento fondamentale delle problematiche giuridiche originate da internet, e cioè il suo rientrare – indiscutibilmente – nel genus dei mezzi di comunicazione, identificando, però, al contempo una species affatto nuova, non potendo essere assimilato ad alcun altro mezzo di comunicazione esistente. La lettura «tecnica» di internet, che pone al centro, più che la sua efficacia quale veicolo di comunicazione, il suo essere uno strumento trova riscontri, come rilevato, in molte altre statuizioni. A titolo meramente esemplificativo, può richiamarsi la – ormai ampiamente consolidata – giurisprudenza statunitense che, sulla scorta della Declaratory Ruling emanata nel marzo 2002 dalla Federal Communications Commission, ha definito la banda larga come un information service, negando che fosse un telecommunications service, fondamentalmente sull’assunto che «l’accesso ad internet è una capacità di manipolare ed immagazzinare informazioni». Questa configurazione ha avuto la conseguenza di sceverare la fornitura del servizio internet da quella del servizio telefonico, tematica che è stata esaminata, ad esempio, anche dalla Corte suprema di Guam, la quale, nel 2002, ha evidenziato come «il servizio di accesso ad internet permett[a] un tipo di trasmissione di dati ed informazioni che è, nel complesso, non collegato al servizio telefonico ordinario, e quindi non è un supplemento dello stesso». La natura «tecnologicamente originale» di internet ha trovato anche più recentemente riscontri probanti, soprattutto in casi nei quali, a livello locale, si contestava l’applicazione per la banda larga delle tassazioni previste per i servizi di telecomunicazione. Sotto altro profilo, internet come apparato tecnologico è stato evocato da quelle decisioni che hanno configurato gli strumenti di accesso alla rete come un mero presupposto per attività poste in essere attraverso l’utilizzo di specifici prodotti software. In tal senso, può segnalarsi, tra i più recenti, il caso risolto dalla Federal Court of Australia, nel quale si è affermato – diversamente da quanto stabilito in altre pronunce – che la violazione delle leggi sul copyright operata attraverso il download non giustifica la sospensione dell’accesso ad internet per l’autore delle violazioni, in ragione del fatto che non è tale accesso lo strumento attraverso cui si produce l’infrazione, ma è l’utilizzo – possibile solo per il tramite della connessione, ma da essa distinto – del software particolare, in grado di violare le leggi sul copyright. Ora, i brani sopra citati, e specie quelli estratti dalla decisione della Corte suprema statunitense sul caso Reno, sebbene incentrati prevalentemente sugli aspetti «tecnici» di internet, non mancano – quanto meno – di abbozzare alcune considerazioni relative al significato che di internet è (può essere) proprio con riferimento alla estensione delle possibilità di comunicazione sul piano personale. Questi accenni, particolarmente notevoli anche in ragione del momento in cui sono stati espressi, vale a dire in un momento in cui internet era ancora lungi dall’aver assunto la rilevanza attuale, suggeriscono una seconda prospettiva nella quale è possibile calarsi onde tratteggiare una definizione di internet; una prospettiva volta ad enfatizzare il legame di questo con lo sviluppo di nuove dimensioni della personalità. Sul tema, gli spunti offerti dalla Corte suprema statunitense sono stati ripresi, con ben altra enfasi, e sistematizzati dalle menzionate decisioni francese e costaricense, il contributo delle quali è da ritenersi, in proposito, assolutamente fondamentale. La strada è stata tracciata dal Conseil constitutionnel, secondo cui, «allo stato attuale dei mezzi di comunicazione, ed avuto riguardo allo sviluppo generalizzato dei servizi di comunicazione al pubblico on line, nonché all’importanza assunta da questi servizi per la partecipazione alla vita democratica e per l’espressione delle idee e delle opinioni», il diritto sancito dall’art. 11 della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789 alla libera comunicazione delle idee e delle opinioni «implica la libertà di accesso a questi servizi». Pur con la stringatezza che caratterizza lo stile argomentativo del Conseil (e, in generale, dei giudici francesi), le affermazioni rese hanno un peso affatto notevole: innanzi tutto, si collega espressamente internet alla garanzia dell’art. 11 della Dichiarazione del 1789, con ciò lasciando intendere che la tutela dell’accesso ad internet è consustanziale alla tutela della libertà d’espressione, e dunque – in ultima analisi – ad un corretto sviluppo della personalità umana; in secondo luogo, si è configurato internet come una base di «servizi» che, dall’ambito della comunicazione in senso stretto, si estende sino alla partecipazione democratica, con il risultato che la comunicazione on line diviene strumento mediante il quale, per un verso, l’individuo accresce le proprie risorse in termini di relazione e, per l’altro, si completano (almeno «allo stato attuale dei mezzi di comunicazione») le dimensioni nelle quali l’individuo può concretizzare le sue potenzialità espressive. Queste deduzioni escono rafforzate dalla lettura della assai meno ermetica decisione resa dalla Sala Constitucional costaricense. Vi si rileva, infatti, che «l’evoluzione negli ultimi venti anni in materia di tecnologia dell’informazione e della comunicazione […] ha rivoluzionato l’ambiente sociale dell’essere umano»; tanto che, «senza timore di equivoci, può affermarsi che questa tecnologia ha avuto un impatto sul modo nel quale l’essere umano comunica, facilitando la relazione tra persone ed istituzioni a livello mondiale ed eliminando la barriera di spazio e tempo». Ne discende che, «in questo momento, l’accesso a queste tecnologie si converte in uno strumento primario per agevolare l’esercizio di diritti fondamentali, come, tra gli altri, la partecipazione democratica (democrazia elettronica) ed il controllo dei cittadini, la formazione, la libertà di espressione e di pensiero, l’accesso all’informazione ed ai servizi pubblici on line, il diritto a rapportarsi con i pubblici poteri attraverso strumenti elettronici e la trasparenza amministrativa». La Sala Constitucional ha dunque enfatizzato il ruolo di internet come catalizzatore della comunicazione interpersonale e di quella tra il privato ed i pubblici poteri, attraverso il superamento di barriere tecniche che gli strumenti previamente esistenti non erano in grado di eliminare. E queste caratteristiche si riverberano nella strumentalità rispetto all’esercizio di diritti fondamentali che attengono alla sfera personale e pubblica. Ciò equivale a dire che internet rappresenta un «non luogo» (ché, per definizione, elimina i tradizionali ostacoli spazio-temporali) «ove – per riprendere l’art. 2 della nostra Costituzione – si svolge la […] personalità» dell’individuo: una dimensione ulteriore, rispetto a quelle «classiche», nella quale l’essere umano vive, si forma, si informa, comunica, forgia, cioè, la sua identità, come uomo e come cittadino (del proprio Stato e del mondo). Come è chiaro, questa concezione di internet connessa al principio personalistico non si pone in contraddizione con quella eminentemente tecnica. Le due risultano, anzi, necessariamente complementari, l’alternativa sostanziandosi nel punto di vista che si intenda adottare, nella faccia della medaglia che si ritenga di osservare. Nell’ottica costituzionalistica, che di questo lavoro è propria, l’opzione è scontata, anche se – come si vedrà – riferimenti alla dimensione tecnica non possono comunque essere trascurati.

Un accesso a che scopo [Silvia Antognazza]

Quanto si è venuti dicendo in merito alla dimensione personalistica alla luce della quale analizzare il panorama giuridico di internet rende sostanzialmente oziosa, perché scontata, la risposta all’interrogativo circa lo scopo che con l’accesso ad internet si persegue. Se internet è una dimensione ulteriore nel cui ambito di sviluppa la personalità dell’individuo, è ovvio che si accede ad internet per concretizzare tale sviluppo. Il concetto potrebbe, in astratto, essere specificato facendo riferimento a quella pluralità di atti, comportamenti e relazioni che vengono in rilievo nel formarsi della personalità dell’individuo; il punto è, però, che una qualunque elencazione finirebbe per essere lacunosa, essendo in concreto impossibile cristallizzare le forme attraverso cui lo sviluppo della personalità si alimenta. Tanto ciò è vero che, se la décision del Conseil constitutionnel rifugge da ogni elencazione, la statuizione costaricense – come si è visto nel paragrafo precedente – ne propone una piuttosto analitica, la cui ricchezza non la pone tuttavia al riparo da omissioni: basti pensare, solo per fare un esempio, all’assenza di qualunque richiamo alle implicazioni che internet può avere nell’organizzazione del tempo libero. In questa sede, peraltro, non pare necessario, proprio per quanto in precedenza argomentato, indugiare oltre sul punto. Semmai, giova accennare alla peculiarità del concetto di «accesso ad internet», che ha una connotazione evidentemente diversa rispetto all’id quod plerumque accidit in materia di «diritto di accesso». L’accesso per antonomasia, quello agli atti amministrativi, disciplinato nel nostro ordinamento dalla legge n. 241 del 1990, è infatti condizionato dalla sussistenza di un interesse che sia «diretto, concreto ed attuale», oltre che «corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento di cui si chiede l’accesso». Di contro, l’accesso ad internet prescinde da ogni specifico interesse, per il semplice fatto che l’interesse è presupposto nella stessa configurazione di internet come sede di estrinsecazione della personalità. Più che di un interesse all’accesso, dunque, nel caso di internet può parlarsi di un accesso all’interesse, cioè di un accesso rivolto a realizzare un interesse, quale è quello dello sviluppo della propria personalità nella dimensione ulteriore offerta dalla rete. È ovvio che, a seconda di come si cataloghi questo tipo di accesso, varia in misura significativa il grado di tutela riconosciuta all’interesse che per il suo tramite si realizza. La definizione dell’accesso come un «diritto», almeno sul piano formale, parrebbe offrire il massimo di tutela. I prossimi paragrafi saranno dedicati a sottoporre questa affermazione a verifica.


"Diritto" a che cosa? [Silvia Assi]

Anche in questo caso, la risposta al quesito posto nel titolo sembra quanto di più ovvio possa immaginarsi: dell’accesso si discute; non può che essere l’accesso, quindi, l’oggetto del diritto invocato.
Dietro la banalità di queste deduzioni si cela, tuttavia, ancora una volta una problematica su cui pare il caso di brevemente soffermarsi. È, infatti, ancora da chiarire che cosa in realtà debba intendersi per «accesso».
Facendo impiego del significato letterale del termine, un «accesso», come atto dell’accedere, riferito ad internet e configurato alla stregua di un diritto appare obiettivamente sproporzionato, non fosse altro perché un diritto di accesso tout court, oggi come oggi, non può dirsi sussistente: opinare nei termini di un diritto ad accedere ad internet che sia opponibile da parte di chiunque, magari anche in qualunque momento e da qualunque luogo, è escluso dal livello di progresso tecnico-scientifico e da quello infrastrutturale, ancor prima che da ragioni di ordine giuridico.
Certo, le decisioni francese e costaricense parlano di un diritto di accesso, ciò che parrebbe in stridente contrasto con quanto appena esposto. A ben vedere, però, sono queste stesse decisioni che finiscono per offrire una conferma della validità dell’assunto da cui si parte. In tal senso, valgono, più che le rationes decidendi, le occasiones che hanno condotto i giudici costituzionali a pronunciarsi. Il Conseil constitutionnel era chiamato a giudicare su disposizioni legislative che consentivano ad una autorità amministrativa di sospendere l’accesso ad internet allorché l’account dell’utente fosse stato utilizzato per porre in essere condotte lesive dei diritti di autore. Ed in sede di scrutinio, il Conseil ha svolto la seguente argomentazione: posto che «i poteri sanzionatori, introdotti dalle disposizioni criticate, abilitano la commission de protection des droits, che non è una giurisdizione, a restringere o ad impedire l’accesso ad internet a titolari di abbonamento, nonché alle persone che ne beneficiano», «la competenza riconosciuta a questa autorità amministrativa non è limitata ad una categoria particolare di persone, ma si estende alla totalità della popolazione», mentre «i suoi poteri possono condurre a limitare l’esercizio, da parte di chiunque, del proprio diritto ad esprimersi ed a comunicare liberamente, in particolare dal proprio domicilio». Da questi rilievi, si è dedotto che, «avuto riguardo alla natura della libertà garantita dall’articolo 11 della Dichiarazione del 1789, il legislatore non poteva, quali che fossero le garanzie che connotassero l’irrogazione delle sanzioni, conferire siffatti poteri ad una autorità amministrativa allo scopo di proteggere» diritti, quali quello d’autore, la cui tutela non giustifica, evidentemente, il sacrificio imposto al diritto di accedere alla rete.
Questi passaggi si collegano strettamente a quanto in precedenza rilevato in termini di riconoscimento, da parte del Conseil, di un diritto all’accesso. Il punto nodale, tuttavia, risiede qui nella constatata strumentalità del diritto di accesso ad internet rispetto alla garanzia della libertà di espressione. Tanto che la determinazione in ordine alla costituzionalità o meno delle disposizioni contestate si basa essenzialmente sull’impossibilità di prescindere in toto dal vaglio giurisdizionale al fine di procedere ad una compressione della libertà di espressione.
Quanto tali considerazioni incidano in concreto sulla definizione dell’accesso ad internet è più agevolmente individuabile operando un ulteriore richiamo, ad un caso per molti versi analogo, concluso con una pronuncia piuttosto recente della High Court irlandese. Nella specie, si contestava un accordo tra società titolari di copyright ed un internet provider nel quale veniva previsto che, in determinate circostanze ed a determinate condizioni, il provider procedesse ad interrompere il servizio di accesso ad internet offerto a soggetti che avessero commesso infrazioni alle norme poste a tutela del copyright.
Anche in tal caso, quindi, il punto controverso consisteva in una reazione a comportamenti illeciti, stavolta operata, però, non già – come in Francia – da pubblici poteri nella forma di una sanzione amministrativa, bensì jure privatorum, nella forma della interruzione di un rapporto di durata. La risposta giurisdizionale, di contro, è stata marcatamente diversa. Il giudice irlandese, ammesso che «trattasi di una sanzione grave», anzi tanto grave che «qualcuno potrebbe sostenere che è una imposizione concernente una libertà dell’uomo», ha tuttavia sottolineato, onde asseverare la legittimità dell’accordo contestato, che «non esiste una libertà di violare la legge». Ad abundantiam, lo stesso giudice ha rimarcato che, «sebbene sia comodo avere un accesso ad internet a casa, molte persone, in Irlanda, debbono soltanto recarsi presso il centro della loro città per ottenere un accesso al costo di circa 1,50 euro all’ora».
Proprio da quest’ultimo obiter dictum si coglie una distinzione che, nella decisione del Conseil, è presupposta, ma non esplicitata se non fugacemente (e parzialmente): all’accesso presso il proprio domicilio si contrappone l’accesso presso luoghi pubblici. Il Conseil constitutionnel si è concentrato esclusivamente sul primo, mentre la High Court ha utilizzato il secondo per ponderare il sacrificio del primo.
A completare il quadro si pone, poi, la sentenza della Sala Constitucional costaricense, che ha deciso un recurso de amparo nel quale si lamentava la mancata tempestiva attuazione, da parte del Governo, dell’obbligo fissato per legge di rendere concorrenziale il mercato delle telecomunicazioni. Accogliendo il ricorso, la Sala Constitucional ha condannato il Governo a porre in essere, entro tre mesi dal deposito della pronuncia, gli atti di propria competenza per rilasciare le concessioni per le bande di frequenza di telefonia cellulare ed altre onde. A fondamento della decisione si è posto il principio secondo cui, «nella [descritta] situazione della società dell’informazione o della conoscenza, si impone ai poteri pubblici, a beneficio degli amministrati, il compito di promuovere e garantire, in forma universale, l’accesso a[lle] nuove tecnologie».
Come è chiaro, l’accesso che è stato preso in considerazione in questo contesto è cosa diversa da quello cui hanno fatto riferimento il Conseil francese e/o la High Court irlandese: non ci si è concentrati sull’atto dell’accedere ad internet, ma, semmai, sulla possibilità di accedervi. Altrimenti detto, non è venuto in rilievo l’accesso in concreto, bensì la mera accessibilità.
Ora, combinando le tre statuizioni appena passate in rassegna, pare che possano sinteticamente trarsi i rilievi che seguono. Innanzi tutto, la sentenza costaricense e, in forma implicita, quella irlandese suggeriscono la configurabilità di un diritto ad essere posti nella situazione di accedere ad internet o, per meglio dire, di accedere ad internet in condizioni accettabili, cioè non troppo gravose. In secondo luogo, il diritto di accesso ad internet in privato (id est, dal proprio domicilio) è una situazione giuridica protetta, se è vero che in Francia viene configurata alla stregua di un diritto, mentre in Irlanda si ipotizza che possa essere definita come una libertà connessa all’essere umano; una siffatta protezione, tuttavia, non è assoluta, dal momento che l’interesse sotteso all’accesso ad internet dal proprio domicilio non è sempre validamente opponibile, ben potendosi dare fattispecie nelle quali l’accesso venga limitato – e finanche escluso – in chiave sanzionatoria, scil. al ricorrere di determinati presupposti. Sul punto, la sentenza della High Court irlandese è quanto mai esplicita, ma, a ben vedere, l’iter argomentativo della décision del Conseil francese lascia intendere che una compressione del diritto di accesso (dal domicilio) possa ammettersi. La differenza tra le due pronunce non risiede, infatti, tanto sull’an della limitabilità dell’accesso, quanto sulle condizioni in presenza delle quali la limitazione è consentita. La High Court pone l’accento su profili sostanziali, inerenti essenzialmente al «contesto tecnologico» in cui la sanzione si colloca, per trarre la legittimità della stessa allorché l’accessibilità ad internet possa essere comunque garantita aliunde, a condizioni accettabili. Il Conseil constitutionnel, nel negare la costituzionalità della previsione legislativa che permette di precludere l’accesso dal domicilio, trae, dalla sussunzione di tale accesso nella esplicazione della libertà di espressione, una condizione di ordine procedurale che si impone allorché si intenda sospendere l’accesso: la ratio decidendi che conduce alla declaratoria di incostituzionalità non risiede, infatti, nella impossibilità di precludere l’accesso, ma nella impossibilità di farlo senza l’intervento di una autorità giurisdizionale.
Se queste sono le deduzioni che si traggono dalle tre decisioni, è agevole constatare il perdurare di una lacuna non irrilevante, consistente nella tendenziale assenza di una qualunque indicazione concernente il concreto accesso ad internet in luoghi pubblici: sul presupposto che sia garantita l’accessibilità in astratto, manca la disciplina della situazione giuridica corrispondente all’esercizio dell’accesso presso sedi diverse dal proprio domicilio.
Con riferimento all’accesso ad internet non (necessariamente) dal proprio domicilio, non si riscontrano, nel panorama comparatistico, decisioni di particolare rilievo. Più precisamente, non si rintracciano statuizioni relative alla definizione della situazione giuridica come tale; di contro, non mancano – e sono, anzi, piuttosto numerosi – gli interventi relativi a profili particolari: si pensi, ad esempio, a quelli riguardanti l’accesso (non ad internet, bensì) a determinati siti o servizi ovvero a quelli concernenti le condizioni «tecniche» nelle quali l’accesso avviene. Siffatte problematiche hanno una rilevanza assai marginale ai presenti fini, proprio perché riguardano ambiti particolari, e non la situazione giuridica complessivamente considerata.
L’assenza di statuizioni che possano essere prese specificamente in considerazione non pare, però, di per sé sufficiente a giustificare la radicale pretermissione del tema. Ciò in quanto il diritto di accedere concretamente ad internet non pare sfuggire ad un inquadramento, sia pur solo tratteggiato, anche allo stato attuale dell’evoluzione della giurisprudenza, quanto meno adottando un precipuo angolo visuale.
È chiaro che il diritto di accesso in concreto, come tale, possa venire in gioco quando, sussistendone in astratto le condizioni (e, dunque, potendosi riscontrare quella che si è sopra definita l’accessibilità), ad un individuo venga impedito di accedere.

Ora, l’impedimento può essere, ovviamente, di vario tipo, potendo dipendere da fattori propri del soggetto ovvero a fatti oggettivi (si pensi a casi di forza maggiore) o a comportamenti di terzi (come, ad esempio, in ipotesi collocabili nelle fattispecie di violenza). Se negli ultimi due casi il mancato accesso ad internet rappresenta una conseguenza di altri atti o fatti giuridicamente rilevanti, nel primo il mancato accesso è il fatto (lato sensu inteso) che viene direttamente in rilievo. È dunque logico che gli impedimenti più significativi siano proprio quelli connessi a condizioni soggettive del (potenziale) utente. E queste condizioni soggettive possono riassumersi principalmente nella incapacità o nella insufficiente capacità di utilizzare un computer e/o di navigare sulla rete. Trattasi, in altri termini, del problema della c.d. «alfabetizzazione informatica», per la quale si ripropongono le questioni che, in passato, sono state evocate relativamente all’analfabetismo tout court, tra le quali, evidentemente, assume un ruolo centrale la configurabilità o meno, nella specie, di un motivo di discriminazione che colpisca determinate categorie di soggetti.
Si è giunti, per tal via, ad evocare la tematica del c.d. «digital divide», argomento che, sviluppatosi in origine nel quadro di studi soprattutto sociologici, va assumendo una sempre maggior consistenza anche nell’ambito della scienza giuridica. Tanto che anche gli organi di giustizia costituzionale, sebbene in modo ancora episodico, hanno avuto modo di affrontarlo, magari anche solo incidentalmente. L’idea è, comunque, che nei prossimi anni il corpus giurisprudenziale sia destinato a crescere in maniera affatto consistente, giacché è presumibile – sulla scorta dell’esperienza maturata in relazione ad altre categorie di motivi di discriminazione – che siano proprio tali istanze quelle cui verrà con più forza richiesto di rendere concreto quello che – per riprendere l’art. 3, secondo comma, della Costituzione italiana – è il «compito de[i pubblici poteri di] rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti […] all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Il richiamo al principio di eguaglianza suggerisce la possibilità di tracciare un collegamento ideale tra le problematiche connesse al digital divide e la feconda giurisprudenza con cui le corti costituzionali e supreme hanno affrontato i grounds of discrimination, non di rado riscontrando illegittimità che sono state quindi elise dall’ordinamento giuridico.
Ad oggi, una decisione che affronta, sia pure implicitamente, il tema del digital divide è rintracciabile anche nella giurisprudenza della Corte costituzionale italiana. Il riferimento va ad una sentenza del 2004 con cui si sono dichiarate infondate le questioni di legittimità costituzionale aventi ad oggetto disposizioni istitutive di fondi speciali destinati ad incentivare l’acquisto e l’utilizzo di personal computer, da parte di giovani o di soggetti aventi determinati requisiti reddituali, mediante l’erogazione di contributi economici. Trattandosi di un giudizio di legittimità costituzionale in via principale, le censure riguardavano principalmente la lesione di competenze legislative regionali che la disciplina aveva asseritamente prodotto. La risposta della Corte è stata, però, nel senso che «la mera previsione di contributi finanziari, da parte dello Stato, erogati con carattere di automaticità in favore di soggetti individuati in base all’età o al reddito e finalizzati all’acquisto di personal computer abilitati alla connessione ad internet, in un’ottica evidentemente volta a favorire la diffusione, tra i giovani e nelle famiglie, della cultura informatica» integra un intervento che, nella misura in cui «non [è] accompagnato da alcuna disciplina sostanziale riconducibile a specifiche materie, non risulta invasivo di competenze legislative regionali». Esso, infatti, «corrisponde a finalità di interesse generale, quale è lo sviluppo della cultura, nella specie attraverso l’uso dello strumento informatico, il cui perseguimento fa capo alla Repubblica in tutte le sue articolazioni (art. 9 della Costituzione) anche al di là del riparto di competenze per materia fra Stato e Regioni di cui all’art. 117 della Costituzione». La Corte, in buona sostanza, ha assegnato all’impegno a favore dell’alfabetizzazione informatica ed alla eliminazione delle barriere (economiche) che si frappongono alla diffusione delle tecnologie informatiche (almeno tra i giovani) un ruolo tanto significativo da giustificare azioni da parte dei pubblici poteri che non siano astrette al rigoroso rispetto del riparto competenziale.
Se la Corte non parla esplicitamente di divario digitale (ma certo lo sottintende), la Sala Constitucional costaricense, nella pronuncia già più volte ricordata, ha dedotto, dall’art. 33 della Costituzione, un «derecho a la igualdad y la erradicación de la brecha digital (info-exclusión)», collegandolo all’impegno dei pubblici poteri alla eliminazione degli ostacoli infrastrutturali.
Le altre decisioni qui prese precipuamente in esame, invece, trascurano il tema del digital divide, giacché tanto la High Court irlandese quanto il Conseil constitutionnel francese partono dal presupposto che il soggetto il cui accesso ad internet venga negato abbia la capacità di accedere.
Assai più significative sono, allora, le affermazioni contenute in una decisione della Cour constitutionnelle belga, l’analisi delle quali deve, tuttavia, essere rinviata al prossimo paragrafo, offrendo esse alcuni spunti interessanti nell’ottica di definire la tipologia di diritti nei quali l’accesso ad internet può annoverarsi.

Un diritto di che tipo? [Silvia Assi]

La cautela che si è imposta nell’affermare che l’accesso ad internet è un diritto, si ripropone, ed anzi appare ancor più indispensabile, allorché si tenti di tratteggiare la configurazione che di questo diritto è propria. Ne è una dimostrazione la circostanza che, sinora, le corti costituzionali e le corti supreme, generalmente, abbiano cercato di rifuggire da qualificazioni che potessero rivelarsi troppo impegnative.
In questo contesto, la décision del Conseil constitutionnel francese ha segnato un passo avanti assai significativo, nella misura in cui, non solo si è operata una esplicita classificazione dell’accesso ad internet in termini di «diritto», ma si è collegata la situazione giuridica soggettiva al riconoscimento da parte della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen del 1789, cioè del documento più «solenne» tra quelli che compongono il bloc de constitutionnalité. Proprio in ragione di questo collegamento, taluni annotatori della pronuncia sono andati oltre quanto dichiarato dal Conseil, attribuendo all’accesso ad internet il rango di diritto fondamentale. Una analoga inferenza è stata proposta dalla Sala Constitucional costaricense, la quale ha ritenuto che il richiamo della Déclaration del 1789 abbia veicolato la configurazione del diritto di accesso ad internet alla stregua di un non meglio precisato, sul piano tecnico, «derecho básico», salvo compiere essa stessa un passo ulteriore, affermando il suo carattere di diritto fondamentale, relativamente al quale si è parlato, dapprima, per constatare quanto da altri (presumibilmente, dal Conseil constitutionnel) sostenuto e, finalmente, per riconoscere il rango di diritto fondamentale – tra l’altro – a quelli all’«accesso alle nuove tecnologie dell’informazione» ed all’accesso «ad internet attraverso l’interfaccia che il consumatore o l’utente scelga».
A ben vedere, la qualificazione non sembra decisiva, nella misura in cui è concreto il rischio di applicare etichette che non offrano particolari benefici nella prospettiva di ricostruire uno statuto giuridico di una determinata situazione: anche ammettendo di poter proporre l’attributo della «fondamentalità», difficilmente potrebbe trarsi la conclusione di una azionabilità del diritto in qualunque circostanza e di una sua opponibilità nei confronti dei pubblici poteri, salvo ovviamente le necessità di bilanciamento con contrapposti interessi. Le circostanze fattuali sono talmente decisive da porre in subordine ogni classificazione: l’iter argomentativo seguito dalla High Court irlandese nella sentenza precitata è particolarmente eloquente, se è vero che si ammette la compressione di un diritto (di accesso ad internet dal proprio domicilio) in relazione alla presenza di certe circostanze (la facilità di accedere in pubblico), in difetto delle quali la compressione non sarebbe più ammissibile.
Tutto ciò senza contare che l’accesso è, nozione polisemica, che riassume diverse sfaccettature: se si intende l’accesso come accessibilità in astratto, è presumibile che la tutela debba essere più forte rispetto all’ipotesi in cui si intenda l’accesso come la garanzia di poter accedere ad internet dal proprio domicilio, poiché una assenza, nel primo caso, postula l’impossibilità radicale di accedere ad internet, mentre nel secondo si traduce in un aggravio per colui che voglia accedervi.
In definitiva, più che interrogarsi sul rango attribuibile nella teoria al diritto di accesso ad internet, sembra assai più utile percorrere altre strade. A tal proposito, può rivelarsi utile il partire dalla definizione che si è data di internet quale sede in cui si realizza la personalità dell’individuo. Tale essendo la definizione di internet, è chiaro che quello all’accesso si configura alla stregua di un diritto che è strumentale alla realizzazione della propria personalità, e quindi all’esercizio di tutti quei diritti e di doveri nel cui perimetro si inscrive il pieno sviluppo di una persona.
Ora, se l’accesso ad internet è un diritto strumentale all’esercizio di altri, la sua natura e il grado di tutela non è determinabile a priori, ma deve essere commisurato al tipo di situazione specifica che l’accesso medesimo è volto a tutelare: al crescere del rilievo del diritto (o del dovere) al cui esercizio è funzionale, la protezione del diritto di accesso si rafforza.
Questa tutela «a geometria variabile» si scontra con l’ovvia difficoltà di segmentare ed isolare le singole finalità che l’accesso ad internet permette di perseguire, difficoltà che è consustanziale alla stessa finalità generale di realizzazione della personalità.
Nonostante gli ostacoli che si pongono, pare possibile enucleare diritti specifici in relazione ai quali l’accesso ad internet si colloca in posizione servente. Non potendo neppure aspirare a proporre una panoramica compiuta, ci si limiterà ad evocare un unico esempio, sul quale si auspica che si possa concordare in ordine alla sua valenza emblematica. Il riferimento va al profilo della certezza del diritto consistente nel diritto a (poter) conoscere il diritto, e segnatamente alla conoscibilità degli atti normativi. Un diritto che, a seguito della rivoluzione francese, è stato riconosciuto e garantito attraverso la pubblicazione di fogli ufficiali precipuamente dedicati allo scopo.
Con riguardo ad un siffatto diritto, l’accesso ad internet può effettivamente porsi come strumentale, se la pubblicazione avviene in via telematica. Chiaramente, la strumentalità muta a seconda che la pubblicazione legale sia quella cartacea ovvero quella telematica o, ancora, che sia previsto un doppio binario.
Il confronto tra due interventi resi a distanza di pochi anni in due ordinamenti diversi, ma prossimi, offre, in proposito, una chiave di lettura.
Viene in considerazione, in primo luogo, il rapport del Conseil d’État francese, pubblicato il 23 novembre 2001, a seguito di una richiesta formulata, in data 9 novembre 2000, dall’allora Primo ministro Lionel Jospin relativamente alla opportunità di apportare modifiche alla disciplina della vacatio legis. Il Conseil d’État è partito dalla constatazione dell’esistenza di una pubblicazione telematica dei fogli ufficiali che offre un’alternativa gratuita alla consultazione della copia cartacea, per interrogarsi circa l’opportunità di far transitare almeno una parte dei contenuti del Journal officiel dal doppio canale a quello unicamente telematico, ciò che avrebbe, evidentemente, avuto ripercussioni sul dies a quo della vacatio (individuato dal diritto vigente nella data di arrivo dei fogli ufficiali nel capoluogo di arrondissement). Constatando come, al momento della redazione del rapport, la diffusione di strumenti informatici non fosse sufficiente a garantire una piena accessibilità a (tutti) i destinatari, il Conseil ha ritenuto che il valore legale della pubblicazione cartacea non potesse essere superato, ma, al più, potesse essere esteso anche a quella telematica. Altrimenti detto, il grado di penetrazione delle conoscenze informatiche nella società non consentiva – con l’eccezione di alcuni atti, enucleati sulla base del triplice criterio della natura, della portata e delle caratteristiche dei destinatari, per i quali una «dématérialisation» pareva possibile – di eliminare la pubblicazione cartacea e di sostituire il sistema vigente, improntato su una doppia pubblicazione, dove quella cartacea ha valore legale, con un sistema in cui almeno parte dei fogli ufficiali fossero pubblicati solo in via telematica.
Queste considerazioni hanno trovato una eco non tenue in una decisione del 2004 della (allora ancora) Cour d’arbitrage belga, che si è pronunciata su un ricorso promosso avverso la legge che modificava le forme di pubblicazione del Moniteur belge limitando la stampa a sole tre copie cartacee oltre a quelle richieste in abbonamento e facendo della pubblicazione telematica il canale normale di accesso alla legislazione. Una delle doglianze riguardava l’asserita discriminazione tra cittadini in ragione della loro situazione economica e sociale, che si riverberava sulla capacità e sulle possibilità di accedere ad internet.
Nel decidere in merito a tale questione, la Cour d’arbitrage ha riconosciuto che neppure la tradizionale pubblicazione cartacea garantiva la conoscenza da parte di chiunque degli atti normativi, ed ha rilevato anzi che, «per talune persone, la messa a disposizione dei testi su un sito internet [avrebbe favorito] il loro accesso e lo [avrebbe reso] parimenti meno oneroso». Nonostante queste considerazioni, «un numero importante di persone si [sarebbe visto] privato dell’accesso effettivo ai testi ufficiali, in particolare per l’assenza di provvedimenti di accompagnamento [della legge recante la modifica del sistema di pubblicazione] che [avrebbero dato] loro la possibilità di consultare questi testi, mentre prima avevano la possibilità di prendere conoscenza del contenuto del Moniteur belge senza dover disporre di un materiale particolare e senza avere altra qualifica che quella di saper leggere». Conseguentemente, la Cour ha dichiarato l’incostituzionalità delle disposizioni legislative impugnate per gli effetti pregiudizievoli che esse arrecavano, in assenza di adeguati provvedimenti di accompagnamento volti a garantire comunque l’accesso ai fogli ufficiali a determinate categorie di persone.
Dai due interventi menzionati, pare di potersi cogliere con chiarezza che la pubblicazione telematica degli atti normativi costituisce un valido surrogato di quella cartacea solo se, e nella misura in cui, l’accesso ad internet sia assicurato in maniera efficace a chiunque. Da questo presupposto deriva che non è (ancora) constatabile, non è possibile prescindere dalla conservazione di una consultazione dei fogli ufficiali nelle forme tradizionali. Il principio di certezza del diritto impone una alternativa tra l’esistenza, accanto alla pubblicazione telematica, di una forma di pubblicazione (e/o di consultazione) ulteriore e la predisposizione di infrastrutture tecnologiche e l’avanzamento delle condizioni di fruibilità delle stesse che rendano l’accesso ad internet garantito a tutti, non solo in astratto ma anche in concreto (id est, attraverso l’eliminazione del digital divide).
L’alternativa appena prospettata si spiega alla luce della non derogabilità del dovere in capo ai pubblici poteri di assicurare la conoscibilità del diritto (o, almeno, delle fonti-atto): infatti, se riferito a questo specifico ambito, il diritto di accesso ad internet diviene assoluto, quando rappresenti l’unica via di conoscenza; e poiché lo stato di avanzamento tecnologico non rende tollerabile questa assolutezza, non si ha altra scelta che quella di dimidiare la rilevanza del diritto-dovere di consultare gli atti normativi attraverso internet. Non è il diritto strumentale (l’accesso ad internet) ad essere affievolito, ma è la situazione giuridica della quale è servente ad essere ridimensionata.
In definitiva, anche in un settore nel quale il carattere di diritto assoluto sembrerebbe prima facie attribuibile al diritto di accesso ad internet, si constata come esso, in realtà, dipenda integralmente dalle finalità che mira a soddisfare. Il diritto in questione, dunque, non ha, né può avere, uno statuto predefinito.





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