Open internet : Copyright e copyleft

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STATO=Libero

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Copyright

[Morgan Salvaggio:
<head></head><body><center><img src="http://farm8.staticflickr.com/7020/6700784765_2e60a0d3a4_s.jpg"></img></center></body>


Il copyright (termine di lingua inglese che letteralmente significa diritto di copia) è la forma del diritto d'autore in uso nel mondo anglosassone, in tempi recenti sempre più prossimo a divenire sinonimo del diritto di riproduzione vigente in Italia. È solitamente abbreviato con il simbolo ©. Quando questo simbolo non è utilizzabile si riproduce con la lettera "c" posta tra parentesi: (c) o (C).]

Il copyright è un monopolio, un insieme di diritti garantiti da uno stato che si applicano all'espressione di un'idea. Stabilisce l'autore come il creatore di un'opera dell'ingegno e crea per esso diritti legali esclusivi, tramite cui  controllare la duplicazione, l'adattamento o la distribuzione delle sue opere creative. Così, per esempio, lo scrittore di un libro che trasforma l'idea di un romanzo in un manoscritto scritto troverà che il copyright protegge il suo manoscritto, ma non la sua 'idea' o trama. Allo stesso modo, per un progettista, l'opera vera e propria è protetta dal diritto d'autore ed egli possiede i diritti sul suo utilizzo.

Il copyright è uno di una serie di diritti di proprietà intellettuale, come brevetti, marchi e diritti di design, che permettono al creatore di vincolare l'uso della propria opera al pagamento di licenze. Nel momento in cui un lavoro viene creato, diventa automaticamente protetto da copyright. Esempi di opere includono brani letterari, disegni, dipinti, fotografie, registrazioni di film, musica e suono e, più recentemente, programmi software per computer.

Il copyright ha una durata temporale che dipende dalla particolare legislazione e dal tipo di opera. In generale, alla scadenza temporale della validità, l'opera diventa di dominio pubblico, e duqnue liberamente utilizzabile e modificabile da chiunque.


[Morgan Salvaggio: La legge sul diritto d'autore, impropriamente conosciuta come "copyright", consente di proteggere dal plagio diverse categorie di opere creative, in particolare le opere letterarie, musicali, cinematografiche, i disegni, le fotografie ed i programmi per computer. Ciò che si protegge non è l'idea in sé di fornire un certo servizio o di realizzare una certa opera, ma il modo in cui essa si esprime, la sua forma di attuazione tangibile. I prodotti software e i contenuti informativi, salvo diverse specifiche indicazioni, possono essere scaricati o utilizzati solo per uso personale, o comunque non commerciale citando la fonte. Le note di copyright, gli autori ove indicati o la fonte stessa devono in tutti i casi essere citati nelle pubblicazioni in qualunque forma realizzate e diffuse.]

Breve storia del Copyright in Italia [Morgan Salvaggio]

Le prime normative sul diritto di copia furono emanate dalla monarchia inglese nel XVI secolo con la volontà di operare un controllo sulle opere pubblicate nel territorio.

Agli editori furono concessi i diritti di copia su ogni stampa, con essenza retroattiva anche per le opere pubblicate precedentemente. Ogni nuova opera veniva annotata nel registro della corporazione sotto il nome di uno dei membri della corporazione il quale ne acquisiva il copyright (il diritto sugli altri editori di pubblicarla). Si capisce dunque che il diritto sulle copie (copyright), nasce come diritto specifico dell'editore, diritto sul quale l’autore dell’opera non può reclamare né guadagnare.

Sul finire del XVII secolo l'imporsi di idee liberali nella società rallentò le politiche censorie e causò la fine del monopolio delle caste editrici. Basandosi sull'assunto che gli autori non avessero i mezzi per distribuire e stampare le proprie opere gli Editori mantennero tutti i privilegi acquisiti in passato attribuendo ai veri autori diritti di proprietà sulle opere prodotte, ma con la clausola che questa proprietà potesse essere trasferita ad altri tramite contratto.

Su queste basi, nel 1710 fu emanata la prima norma moderna sul copyright: lo Statuto di Anna. Gli autori ottennero il potere di bloccare la diffusione delle proprie opere, mentre la corporazione degli editori incrementò i profitti grazie alla cessione da parte degli autori dei vari diritti sulle opere. Il rafforzamento successivo dei diritti d'autore su pressione delle corporazioni, causò il declino di altre forme di sostentamento per gli autori.


Nel corso dei successivi due secoli anche la Francia, la Repubblica Cisalpina, il Regno d'Italia, il Regno delle Due Sicilie e il resto d'Europa emanarono legislazioni per l'istituzione del copyright: Nel 1836, il Codice civile albertino per la Sardegna.

Nel 1840, il 22 dicembre, il decreto di Maria Luigia, per il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla.

Nel 1865, il 25 giugno, nel Regno d'Italia, con legge 2337.

YouTube Copyright School [Silvia Antognazza]

Copyleft

[Morgan Salvaggio:
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Il concetto è molto semplice: quando pubblicate la vostra opera creativa (sia essa testuale, grafica, musicale, video, multimediale...) dovete fare in modo che essa sia sempre accompagnata o quantomeno collegata alla licenza con cui avete scelto di rilasciarla.

Potete farlo allegando fisicamente il testo della licenza all'opera (ad esempio, se si trata di un libro potete aggiungere la licenza in appendice), oppure più semplicemente potete inserire una nota di copyright in cui segnalate con chiarezza qual'è la licenza e dove gli utenti possono andare a leggere il suo testo integrale.

Ecco un classico esempio:

I diritti d'autore sull'opera appartengono a Mario Rossi e
sono disciplinati nei termini della licenza XYZ
[inserire qui il nome corretto e completo della licenza scelta]
il cui testo integrale è disponibile al sito www.xyz.it [inserire qui
il link alla pagina web in cui è visualizzabile il testo della licenza]


Alcune licenze (come ad esempio le Creative Commons) sono disponibili anche sotto forma di stringhe di codice preconfezionate e contenenti già i link e riferimenti corretti alla licenza. In quei casi è consigliabile seguire le indicazioni dei rispettivi siti ufficiali.

]

Copyleft è un termine inglese utilizzato per indicare, secondo la definizione ufficiale data dalla Free Software Foundation, "a general method for making a program (or other work) free, and requiring all modified and extended versions of the program to be free as well".[1] http://www.gnu.org/copyleft/copyleft.html

La parola apparve per la prima volta nel giugno 1976 sulla rivista informatica Dr. Dobb’s Journal, in una pubblicazione riguardo il linguaggio di programmazione Tiny BASIC: fra le prime righe di presentazione, il dottor Li Chen Wang inserì il commento "@COPYLEFT ALL WRONGS RESERVED".

Il gioco di parole usato si basava sui vari significati che assume la parola right in inglese, che può significare infatti "diritto", ma anche "destra" (da cui l’uso dell’opposto left, "sinistra") oppure "giusto" (da cui l’uso dell’opposto wrong, "torto").

Il termine copyleft attualmente indica anche il complesso movimento culturale, sviluppatosi inizialmente in ambito informatico, che ha cercato modalità di gestione dei diritti economici di un’opera diverse da quella tradizionalmente utilizzata del copyright.

Queste modalità, incentrate sulla volontà di garantire un certo grado di riutilizzo di un’opera (talvolta anche a scopo commerciale) senza dover chiedere l’autorizzazione esplicita all’autore, si sono poi concretizzate nelle  "licenze libere", ossia delle particolari licenze d’uso di un’opera che si posizionano nel largo spettro di possibilità esistenti fra il copyright e il pubblico dominio.


Il concetto di Copyleft [Giuseppe Lorusso]

Di seguito viene presentato una videolezione curata da Simone Aliprandi e prodotta dal Comune di Modena. Il video è in licenza Creative Commons e spiega con parole chiare il concetto di Copyleft.


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Licenze libere

Una licenza libera è una licenza d’uso di un’opera con la quale l’autore "chiarisce al pubblico quali diritti intende riservarsi e di quali intende invece «spogliarsi»".

In altri termini, queste licenze garantiscono l’autorizzazione (e non il trasferimento, in quanto la titolarità dei diritti stessi non viene ceduta) implicita, rilasciata a titolo gratuito dall’autore, al compimento di alcune attività altrimenti considerate illegali, come la copia, la modifica e la redistribuzione dell’opera.

In questo senso, dunque, si possono definire le licenze libere come un "contratto" stretto in piena autonomia fra l’autore e l’utilizzatore dell’opera. Esistono addirittura licenze libere, come le licenze Creative Commons, che si strutturano esattamente come dei contratti.

Negli anni si sono sviluppati alcuni modelli standard grazie all’intermediazione di alcune organizzazioni (come la Free Software Foundation o la Creative Commons Foundation) o alla definizione di determinati criteri che possano permettere di definire una certa licenza "libera".

Più in generale, queste licenze possono essere distinte in due macro-categorie:

a) quelle "non protettive", ossia che non prevengono la possibilità che l’opera possa essere integrata in opere "proprietarie" e che non impongono alcuna limitazione sulla distribuzione di opere derivate;

b) quelle "protettive", ossia che applicano delle restrizioni alla redistribuzione dell’opera al solo fine di mantenerle "libere" perpetuamente.

Principio assolutamente non negoziabile ed anzi imprescindibile di entrambe le macro-categorie è il riconoscimento dei diritti morali sull’opera prodotta.

Il fenomeno delle licenze libere è legato alla nascita dei  free software e degli open source software, anche se ormai dall’ambito informatico esso si è esteso anche ad altre forme di pubblicazione.

Free software

Free software è un termine inglese che indica un programma che può essere liberamente usato, copiato e modificato, così come distribuito nella sua versione originale o in una modificata senza restrizioni, tranne quella di garantire che anche altri possano usufruire delle stesse libertà.

Un "programma libero" può essere distribuito gratuitamente, ma non necessariamente deve; In pratica, è delegata al singolo (e alle leggi della domanda e dell’offerta) la determinazione di un prezzo per la redistribuzione del programma, specificando che è legittimo ottenere profitti e che questi possono essere anche investiti da chi li ottiene nello sviluppo di ulteriori software liberi.

Per determinare quali programmi possono essere considerati free (e di conseguenza, quali licenze libere sono compatibili con l’approccio descritto), Richard Stallman pubblicò nel 1986 la Free Software Definition, con la quale si individuano le quattro "libertà essenziali" che connotano i programmi "liberi":

0) libertà di utilizzare il programma per qualsiasi scopo;

1) libertà di studiare come funziona il programma, adattandolo alle proprie necessità;

2) libertà di redistribuire copie "so you can help your neighbor";

3) libertà di distribuire le versioni modificate, così che tutta la comunità ne possa trarre beneficio.

Sia nel caso della "libertà 1" che della "libertà 3", l’accesso al codice sorgente del programma è un prerequisito fondamentale.

Licenze free software

Tutte le licenze di software libero devono concedere agli utenti tutte le libertà di cui sopra. La maggior parte del software libero cade sotto un piccolo insieme di licenze. Le più popolari sono:


Quando si viola il copyright: il caso MegaUpload [Valentina Tosca]

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Pugno di ferro degli Stati Uniti contro la pirateria digitale: l'Fbi, in collaborazione con il Dipartimento della Giustizia americano, ha chiuso il sito Megaupload.com e Megavideo.com, ottenendo l'arresto del fondatore e di altre tre persone.

Megaupload è uno dei più noti e più imponenti archivi di film, musica e software, spesso pubblicati senza autorizzazione. Secondo l'accusa, l'attività di Megaupload è costata più di 500 milioni di dollari in mancati profitti ai leggittimi detentori del copyright.

Tecnicamente il sito si presenta come un "cyberlocker", una sorta di magazzino tramite il quale gli utenti possono archiviare file troppo grandi da spedire via e-mail per condividerli in via riservata con altre persone. Un uso del tutto leggittimo nel quale si innesta una zona grigia di illegalità, poiché molti caricano file protetti da copyright e poi diffondono il link per scaricarli su forum e blog, mettendo di fatto in piedi un giro di contenuti pirata. Megaupload guadagna vendendo pubblicità sulle sue pagine e facendosi pagare da gli utenti che vogliano scaricare più di un certo numero di file a velocità più elevata (modello <a href="http://wikicorsoweb.altervista.org/index.php/Modelli_di_business_nel_Web_:_Freemium">freemium</a>).


Il fondatore del sito, Kim Schmitz, e altri tre sono stati arrestati in Nuova Zelanda su richiesta delle autorità statunitensi. Altre due persone sono ricercate e numerose altre due risultano incriminate. L'atto di forza arriva a 24 ore dallo sciopero di internet 1 per protestare contro il Sopa, la legge antipirateria in discussione al Congresso che, secondo molte internet company tra cui Google e Wikipedia, metterebbe a repentaglio la libertà di espressione online.

La risposta degli hacker non si è fatta attendere: anunciando su Twitter l'operazione #OpMegaUpload, l'attacco di alcuni individui legati ad Anonymous ha reso irrangiungibili i siti del dipartimento di Giustizia statunitense, della casa discografica Universal, della Recording Industry Association of America (Riaa) e della Motion Picture Association of America (Mpaa).

In un comunicato pubblicato poco prima della chiusura, Megaupload bollava come ridicole le accuse di violazione del copyright, affermando che "la stragrande maggioranza del traffico generato dal sito è legale. Siamo qui per restare", garantiva Megaupload, aprendo al dialogo con l'industria dell'entertainment che, scrivevano gli autori del messaggio, "vuole avvantaggiarsi della nostra popolarità".

Di tutt'altro avviso il Dipartimento di Giustizia, secondo il quale Megaupload "ha riprodotto e distribuito illegalmente su larga scala copie illegali di materiale protetto da copyright, tra cui film - anche prima dell'arrivo in sala - musica, programmi televisivi, libri elettronici e software."

Le accuse nei confronti degli indagati sono pesanti: associazione a delinquere finalizzata all'estorsione, al riciclaggio e alla violazione del diritto d'autore.

I netizen sembrano dividersi su questo tema: c'è chi spera che sia tutto uno scherzo e chi invece considera la chiusura del sito un atto dovuto:

«Ora, bisogna applicare un po’ di coerenza innanzitutto e fare una serie di distinzioni poi. La coerenza sta nel fatto che siamo sempre tutti pronti a lamentarci della scarsa qualità dei prodotti dell’industria cinematografica e ci riteniamo in diritto di ottenerli senza pagare a chi ha lavorato per svilupparli i dovuti compensi.
Premesso che nessuno ci obbliga a vedere qualcosa che non ci riteniamo in dovere di pagare, Megaupload lucrava vertiginosamente su questo trend e non era certo un baluardo della libertà d’espressione. Niente a che fare, ad esempio, con ThePirateBay. Il famoso portale di torrent non chiedeva abbonamenti mensili per accedere ai contenuti, né tantomeno li ospitava personalmente favorendone la diffusione in prima persona. Sono “tecnicaglie” che fanno la sottile differenza. Megaupload era uno Youtube pirata, né più né meno, qualcosa di ben diverso da un torrent tracker.
Quello di Anonymous questa volta è stato uno scivolone, una rappresaglia in difesa di una libertà d’espressione che non c’è e quindi solo in difesa degli interessi di una società di capitali che ha maturato in questi anni i necessari guadagni per difendersi da sola, senza bisogno di sommosse popolari. Il bello (e il brutto) dei collettivi è proprio questo, però, che talvolta si incappa in scivoloni. E’ libertà d’espressione protestare, che la protesta sia legittima o meno, tanto quanto è libertà d’espressione fare presente ad Anonymous che la difesa nei confronti di Megavideo è qualcosa che andrebbe evitata, fa perdere di spessore ad un movimento nato con ben altri principi.»
(Redazione Online, Newspedia, 20 Gennaio 2012)


Megavideo, tutti gli altri? [Melissa Colombo]

Il caso Megavideo ha fatto il giro nel mondo in pochi secondi, ma non è stato l' unico sito di filesharing a subire delle consistenti modifiche.

Nessuno vuole giudicare la politica che ha portato a questa azione, più che altro è stata messa in dubbio l’ azione tempestiva non dando la possibilità a chi usava questi siti come appoggio per file di grandi dimensioni o file di lavoro di salvarli, perdendoli, con ogni probabilità, per sempre.

Vediamo quali host al momeno hanno effettuato qualche modifica:

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Chiuso il server dal FBI e arrestato il proprietario

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Sospesi i pagamenti per i download, bannati gli account sospetti file sospetti in cancellazione

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(Stessa Proprieta di fileserve) Molti File In cancellazione IP Usa Bloccati

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Molti File In cancellazione IP Usa Bloccati

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Chiuso il programma di affiliazione e BAN degli account. La situazione sembra puntare verso la chiusura completa ma permette ai uploader di recuperare i propri file per adesso

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Chiuso Il Programma Di affiliazione

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Bannati Gli Ip Usa

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Stanno Bannando Gli account e i File sono in cancellazione

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Chiuso Il Programma Di affiliazione


La situazione è molto seria, non dal lato download selvaggio ma dal lato censura preventiva, cosa che nel 21° secolo non dovrebbe assolutamente succedere.

L’unico che per il momento non ha effettuato cambiamenti è l’europeo Rapidshare.

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Fonti [Morgan Salvaggio]

Wikipedia, l'enciclopedia libera (2007, October 31).Voce Copyright Retrieved November 07, 2007, from http://it.wikipedia.org/wiki/Copyright

Ufficio Brevetti(2006,2007).Voce Copyright Retrieved November 07, 2007, from http://www.ufficiobrevetti.it/copyright/copyright_home.htm

Wikipedia, l'enciclopedia libera (2007, October 31).Voce Copyright Retrieved November 07, 2007, from http://it.wikipedia.org/wiki/Copyright

http://www.copyleft-italia.it/

[Valentina Tosca]

http://www.newspedia.it/megavideo-chiuso-rappresaglia-immediata-anonymous-attacca-justice-gov/

L'Fbi chiude Megaupload e Megavideo, offensiva degli hacker contro il governo, La Repubblica, 19 Gennaio 2012


I social network devono vigilare sulla pirateria? [Silvia Assi]

Il 16 febbraio 2012 la Corte di giustizia europea ha stabilito che i gestori dei social network non possono essere obbligati ad adottare filtri per impedire la condivisione di contenuti protetti dal copyright. La sentenza è stata emessa dopo che il caso era stato sollevato dalla Sabam, la società che in Belgio si occupa della tutela del diritto d’autore (tipo la Siae in Italia) e potrebbe avere ripercussioni anche sulle prossime iniziative di legge in ambito europeo contro la pirateria.
Non spetta ai gestori dei social network attivare filtri che impediscano l’utilizzo illecito di file musicali o audiovisivi. Lo ha chiarito la Corte di giustizia dell’Unione europea, intervenendo in una vicenda originata dalla società belga che tutela le opere protette da diritto d’autore. Nella sentenza nella causa C 360/10 (Belgische Vereniging van Auteurs, Componisten en Uitgevers (SABAM) contro Netlog NV) la Corte ha chiarito che un simile obbligo di filtraggio imposto al gestore del social network non rispetterebbe «il divieto di imporre a detto gestore un obbligo generale di sorveglianza, né l’esigenza di garantire il giusto equilibrio tra la tutela del diritto d’autore, da un lato, e la libertà d’impresa, il diritto alla protezione dei dati personali e la libertà di ricevere o comunicare informazioni, dall’altro». Di conseguenza, spiega la Corte, «il gestore di una rete sociale in linea non può essere costretto a predisporre un sistema di filtraggio generale, riguardante tutti i suoi utenti, per prevenire l’utilizzo illecito di opere musicali e audiovisive».
La Sabam è la società belga di gestione dei diritti degli autori, compositori ed editori di opere musicali e ha il compito di autorizzare l’utilizzo delle loro opere protette da parte di terzi. Sabam si oppone alla Netlog NV, che gestisce una piattaforma di rete sociale in linea sulla quale ogni utente iscritto riceve uno spazio personale, denominato “profilo”, che egli stesso può riempire, sapendo che detto profilo è accessibile a livello mondiale.
Qui trovate la sentenza completa.



Copyright e hosting provider [Simona Anelli]


La Commissione Politiche Comunitarie ha approvato la proposta d'emendamento al disegno di legge recante "disposizioni per l'adempimento degli obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2011": si tratta di un' iniziativa presentata alla Camera dei Deputati dall'On. Gianni Fava (Lega Nord), per introdurre una nuova forma di responsabilità a carico dei cosiddetti hosting provider, che verrebbero in sostanza obbligati a rimuovere determinati contenuti online sulla base delle richieste inviate "dai titolari dei diritti violati dall'attività o dall'informazione".
Potrebbere essere intesa come una versione italiana del disegno di legge anti-pirateria SOPA (Stop Online Piracy Act): nella parte relativa alla responsabilità nell'attività di memorizzazione di informazioni, Hosting (comma 1-b, art.16 del Decreto legislativo 70/2003) sarebbe aggiunta una specificazione fondamentale. Infatti subito dopo i termini "le autorità competenti" sono inserite "o di qualunque soggetto interessato": in pratica, gli hosting provider si ritroverebbero a dover rimuovere i contenuti illeciti non soltanto su segnalazione delle autorità competenti, ma anche di qualsiasi detentore dei diritti, ovvero un qualsiasi soggetto privato portatore di interessi.
Da un lato, c'è un tentativo di privatizzazione della giustizia (consentendo a chiunque di ottenere la rimozione di un contenuto dallo spazio pubblico telematico) e dall'altra si cerca di porre a carico dei fornitori di hosting un obbligo di sorveglianza in relazione ai contenuti pubblicati dagli utenti, trasformandoli in "sceriffi della Rete".


Applicazioni del copyleft [Dimitri Piccolillo]

Il copyleft altro non è che una modalità di esercizio del diritto d'autore che sfrutta i principi di base del diritto d'autore non per controllare la circolazione dell'opera bensì per stabilire un modello virtuoso di circolazione dell'opera, che si contrappone al modello detto proprietario. Il copyleft non potrebbe dunque esistere al di fuori del complesso delle norme sul diritto d'autore.

Una licenza basata sui principi del copyleft trasferisce a chiunque possegga una copia dell'opera alcuni dei diritti propri dell'autore. Inoltre consente la redistribuzione dell'opera stessa solo se tali diritti vengono trasferiti assieme ad essa. Fondamentalmente, questi diritti sono le quattro "libertà fondamentali" indicate da Stallman:

Libertà 0 : Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo.

Libertà 1 : Libertà di studiare il programma e modificarlo.

Libertà 2 : Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo.

Libertà 3 : Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Un programma è software libero se la licenza consente tutte queste libertà. La redistribuzione delle copie, con o senza modifiche, può avvenire gratis o a pagamento. Essere liberi di fare queste cose significa (tra l'altro) che non bisogna chiedere o pagare nessun permesso.

Le licenze copyleft includono normalmente condizioni aggiuntive intese ad eliminare possibili impedimenti per l'uso libero, la distribuzione e la modifica delle copie, come: assicurarsi che la licenza copyleft non possa essere revocata; assicurarsi che il lavoro e le sue versioni derivate siano distribuite in una forma che ne faciliti le modifiche (per esempio nel caso del software questo equivale a richiedere la distribuzione del codice sorgente e che la compilazione di questi possa avvenire senza impedimenti di sorta, quindi chiedendo la distribuzione anche di tutti gli script ed i comandi utilizzati per tale operazione); assicurarsi che il lavoro modificato sia accompagnato da una descrizione per identificare tutte le modifiche apportate all'opera originaria mediante manuali utente, descrizioni, ecc.

Più comunemente, queste licenze copyleft, per avere qualche tipo di efficacia, hanno bisogno di usare in modo creativo le regole e le leggi che disciplinano le proprietà intellettuali, per esempio quando si tratta della legge sul copyright (che è il caso principale) tutte le persone che in qualche modo hanno contribuito al lavoro protetto dal copyleft devono divenire co-detentori del copyright di quel lavoro ed allo stesso tempo rinunciare ad alcuni dei diritti garantiti dal copyright, per esempio rinunciare al diritto di essere l'unico distributore delle copie di tale lavoro. Va inoltre evidenziato che, nel diritto d'autore italiano, l'assenza di una firma per accettazione da parte dell'utente può creare problemi di validità giuridica, analogamente a quanto accade per altri modelli di gestione "aperta" del diritto d'autore come Creative Commons e a quanto accade per le licenze proprietarie.

La licenza non deve essere altro che un metodo per raggiungere gli scopi del copyleft; la licenza dipende dalle leggi che governano le proprietà intellettuali e poiché queste leggi possono essere differenti in diversi paesi, allora la licenza può essere differente a seconda del paese in cui è applicata in modo da adattarsi al meglio alle leggi locali. Per esempio in alcuni stati può essere accettabile la vendita di software senza garanzia (come indicato negli articoli 11 e 12 della licenza GNU GPL versione 2.0), mentre in altri, come in molti stati europei, non è possibile non fornire nessuna garanzia su un prodotto venduto, per queste ragioni l'estensione di queste garanzie sono descritte in molte licenze di copyleft europee (vedere la licenza CeCILL, una licenza che permette l'uso della GNU GPL – art. 5.3.4 della licenza CeCILL – in combinazione con una garanzia limitata – art. 9).


Il caso Luther Blissett/Wu ming [Dimitri Piccolillo]

Luther Blissett è un nome multiplo, ovvero uno pseudonimo collettivo utilizzato da un numero imprecisato di performer, artisti, riviste underground, operatori del virtuale e collettivi di squatter americani ed europei negli anni ottanta e novanta. Il suo nome è stato preso a prestito da un omonimo centravanti inglese di origine giamaicana ingaggiato dal Milan alla metà degli anni ottanta. Allo scopo di renderlo un'icona pop viene anche costruito e diffuso il suo "volto".

Il personaggio collettivo, definito da alcuni "un'opera aperta", è stato spesso utilizzato per denunciare la superficialità e la malafede del sistema mass-mediatico. Azioni, sabotaggi, performance, manifestazioni, pubblicazioni, video, trasmissioni radiofoniche di e su Luther Blissett hanno diffuso il suo nome in tutto il mondo.

Un piccolo video di luther blisset:

Wu Ming (per esteso: Wu Ming Foundation) è un collettivo di scrittori provenienti dalla sezione bolognese[1] del Luther Blissett Project (1994-1999), divenuto celebre con il romanzo Q.

Oltre alla complessità dell'intreccio e al contenuto allegorico, a far parlare del libro è anche la particolare dicitura "copyleft". A stupirsi è chi ignora che la critica pratica del "copyright come lo abbiamo conosciuto" è sempre stata parte integrante di tutte le attività blissettiane (diversi anni prima delle licenze Creative Commons, che forniranno una prima, precaria sintesi di tanti percorsi). Dall'intervista a WM pubblicata nel libro di Antonella Beccaria link Permesso d'autore:

Nella seconda metà degli anni Ottanta e nella prima metà degli anni Novanta, in Occidente e soprattutto in Italia, c'è molto interesse per il concetto di "no copyright". Con quel titolo, la ShaKe di Milano pubblica anche un'antologia di materiali sull'argomento, a cura di Raf Valvola. È un sottobosco dalle mille radici: la cultura "do it yourself" del punk-rock (su tutte le copertine dei dischi hardcore-punk italiani c'è lo slogan "Fuck SIAE"); il mondo delle autoproduzioni e delle fanzine (di fotocopia in fotocopia, sono le fanzine a diffondere il celebre détournement del logo dei discografici inglesi, la musicassetta-teschio con lo slogan: "Home Taping is Killing Music, and It's Illegal" che diventa: "Home Taping is Killing Business, and It's Easy"); il networking dell'arte underground, della xerox art, della mail art, del neoismo (nel 1988-89 Stewart Home e Florian Cramer organizzano i cosiddetti Festival del plagiarismo); il mondo del cut'n'mix che dal dub e dal primo hip-hop arriva alla "house music" in senso lato, musica fatta-in-casa, con campionatori e altre tecnologie finalmente disponibili per il mercato di massa. Il Luther Blissett Project nasce nel 1994 all'incrocio di tutte queste influenze e con suggestioni che risalgono più indietro (il proto-surrealista Lautréamont disse che "il plagio è necessario, il progresso lo implica"), e ancora più indietro, addirittura alla cultura popolare d'epoca feudale, e prima ancora alla classicità e all'antichità, insomma, a prima che esistessero gli istituti della proprietà intellettuale.

Questa la dicitura presente sui libri di Blissett/Wu Ming a partire da Q: "Si consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione per via telematica, purché non a scopi commerciali e a condizione che questa dicitura sia riprodotta."


Il copyleft spiegato ai bambini [Dimitri Piccolillo]

Dall'inserto "Booklet" della rivista "Il Mucchio Selvaggio", n. 526, dal 25 al 31 marzo 2003:

Il copyleft spiegato ai bambini Per sgombrare il campo da alcuni equivoci

di Wu Ming 1


"Ma se chiunque può copiare i vostri libri e fare a meno di comprarli, voi come campate?" Questa domanda ci viene fatta sovente, il più delle volte seguita da quest'osservazione: "Ma il copyright è necessario, bisogna pure tutelare l'autore!".

Questo genere di enunciati rivela quanto fumo e quanta sabbia la cultura dominante (basata sul principio di proprietà) e l'industria dell'entertainment siano riuscite a gettare negli occhi del pubblico. Nei media e negli encefali imperversa l'ideologia confusionista in materia di diritto d'autore e proprietà intellettuale, anche se il rinascere dei movimenti e le trasformazioni in corso la stanno mettendo in crisi. Fa comodo solo ai grassatori e ai parassiti d'ogni sorta far credere che "copyright" e "diritto d'autore" siano la stessa cosa, o che la contrapposizione sia tra "diritto d'autore" e "pirateria". Non è così.

I libri del collettivo Wu Ming sono pubblicati con la seguente dicitura: "E' consentita la riproduzione, parziale o totale, dell'opera e la sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purché non a scopo commerciale". Alla base c'è il concetto di "copyleft" inventato negli anni Ottanta dal "free software movement" di Richard Stallman e compagnia e ormai diffusosi in tanti settori della comunicazione e della creatività, dall'informazione scientifica alle arti.

"Copyleft" (denso gioco di parole intraducibile in italiano) è una filosofia che si traduce in diversi tipi di licenze commerciali, la prima delle quali è stata la GPL [GNU Public License] del software libero, nata per tutelare quest'ultimo e impedire che qualcuno (Microsoft, per fare un nome a caso) si impadronisse, privatizzandoli, dei risultati del lavoro di libere comunità di utenti (per chi non lo sapesse, il software libero è a "codice-sorgente aperto", il che lo rende potenzialmente controllabile, modificabile e migliorabile dall'utente, da solo o in collaborazione con altri). Se il software libero fosse rimasto semplicemente di dominio pubblico, prima o poi i rapaci dell'industria ci avrebbero messo sopra le grinfie. La soluzione fu rivoltare il copyright come un calzino, per trasformarlo da ostacolo alla libera riproduzione a suprema garanzia di quest'ultima. In parole povere: io metto il copyright, quindi sono proprietario di quest'opera, dunque approfitto di questo potere per dire che con quest'opera potete farci quello che volete, potete copiarla, diffonderla, modificarla, però non potete impedire a qualcun altro di farlo, cioè non potete appropriarvene e fermarne la circolazione, non potete metterci un copyright a vostra volta, perché ce n'è già uno, appartiene a me, e io vi rompo il culo.

In concreto: un comune cittadino, se non ha i soldi per comprare un libro di Wu Ming o non vuole comprarlo a scatola chiusa, può tranquillamente fotocopiarlo o passarlo in uno scanner con software OCR, o - soluzione molto più comoda - scaricarlo gratis dal nostro sito www.wumingfoundation.com. Questa riproduzione non è a fini di lucro, e noi la autorizziamo. Se invece un editore estero vuole farlo tradurre e metterlo in commercio nel suo paese, o se un produttore cinematografico vuole farci il soggetto di un film, in quel caso l'utilizzo è a fini di lucro, quindi questi signori devono pagare (perché è giusto che ci "lucriamo" anche noialtri, che il libro l'abbiamo scritto).

Tornando alla domanda iniziale: ma noi non ci perdiamo dei soldi? La risposta è un secco no. Sempre più esperienze editoriali dimostrano che la logica "copia piratata = copia non venduta" di logico non ha proprio niente. Altrimenti non si capirebbe come mai il nostro romanzo Q, scaricabile gratis ormai da tre anni, sia arrivato alla dodicesima edizione e abbia superato le duecentomila copie di venduto. In realtà, nell'editoria, più un'opera circola e più vende. Autorevoli esempi ci vengono dagli USA - che pure sono un paese ossessionato dalla proprietà intellettuale - e li ha esposti con cristallina precisione il mio collega Wu Ming 2 in un articolo che potete leggere qui.

Anche senza scomodare il Massachussetts Institute of Technology, basta spiegare in soldoni cosa succede coi nostri libri: un utente X si collega al nostro sito e scarica, mettiamo, 54; lo fa dall'ufficio o dall'università, e quivi lo stampa, non spendendoci una lira; lo legge e gli piace; gli piace talmente tanto che decide di regalarlo, e non può certo fare la figura di regalare una risma di fogli A4! Indi ragion per cui, va in libreria e lo compra. Una copia "piratata" = una copia venduta. C'è chi ha scaricato un nostro libro e, dopo averlo letto, lo ha regalato almeno sei o sette volte. Una copia "piratata" = più copie vendute. Anche chi non regala il libro, perché è in bolletta, comunque se gli piace ne parla in giro e prima o poi qualcuno lo comprerà o farà come descritto sopra (download-lettura-acquisto-regalo). Se a qualcuno il libro non piace, almeno non ha speso un centesimo. In questo modo, come succede per il software libero e per l'Open Source, si concilia l'esigenza di un giusto compenso per il lavoro svolto da un autore (o più genericamente di un lavoratore della conoscenza) con la tutela della riproducibilità dell'opera (vale a dire del suo uso sociale). Si esalta il diritto d'autore deprimendo il copyright, alla faccia di chi crede che siano la stessa cosa.

Se la maggior parte degli editori non si è ancora accorta di questa realtà ed è ancora conservatrice in materia di copyright, è per questioni più ideologiche che mercantili, ma crediamo non tarderà ad accorgersene. L'editoria non è a rischio di estinzione come l'industria fonografica: diverse le logiche, diversi i supporti, diversi i circuiti, diverso il modo di fruizione, e soprattutto l'editoria non ha ancora perso la testa, non ha reagito con retate di massa, denunce e processi alla grande rivoluzione tecnologica che "democratizza" l'accesso ai mezzi di riproduzione. Fino a qualche anno fa un masterizzatore di cd lo aveva a disposizione solo una sala d'incisione, oggi ce l'abbiamo in casa, nel nostro personal computer. Per non parlare del peer-to-peer etc. Questo è un cambiamento irreversibile, di fronte al quale tutta la legislazione sulla proprietà intellettuale diventa obsolescente, va in putrefazione.

Quando il copyright fu introdotto, tre secoli fa, non esisteva alcuna possibilità di "copia privata" o di "riproduzione non a fini di lucro", perché solo un editore concorrente aveva accesso ai macchinari tipografici. Tutti gli altri potevano solo mettersi l'anima in pace e, se non potevano comprarseli, semplicemente rinunciare ai libri. Il copyright non era percepito come anti-sociale, era l'arma di un imprenditore contro un altro, non di un imprenditore contro il pubblico. Oggi la situazione è drasticamente cambiata, il pubblico non è più obbligato a mettersi l'anima in pace, ha accesso ai macchinari (computer, fotocopiatrici etc.) e il copyright è un'arma che spara nel mucchio.

Ci sarebbe anche un altro discorso da fare, spostandosi ancora più a monte: noi partiamo dal riconoscimento della genesi sociale del sapere. Nessuno ha idee che non siano state direttamente o indirettamente influenzate dalle relazioni sociali che intrattiene, dalla comunità di cui fa parte etc. e allora se la genesi è sociale anche l'uso deve rimanere tale. Ma questo è un discorso troppo lungo. Spero di essermi spiegato bene.





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